Ho la casa piena di polvere, che non spolvero più.

Lettera a un amico, a te che do sempre per scontato, tu ci sei. Sei li con il tuo sorriso ampio, grande, che riesci a fare a bocca chiusa e i tuoi passi lenti, che mi fanno capire quanto sia importante camminare assaporando ogni metro di strada trascorso, riuscendo persino a guardare le persone che ti passano accanto. Amico che non si capisce bene da dove sia saltato fuori e di come mi sia fidata a partire per un viaggio spirituale in india con te. Forse nasce tutto da li, dalla simile voglia di guardare la spiritualità. Siamo simili ma disuguali. Ci capiamo ma non troppo. Siamo maschio, siamo femmina. Fossimo due maschi o due femmine saremo molto più uniti. Amico mi dispiace l’altra sera averti visto fuori dallo studio seduto solo, magari mi stavi aspettando e io non mi sono fermata. Ma sembra che tu possa aspettare in eterno senza che nessuno ti disturbi. Amico mi hai fatto sorridere in momenti bui come la notte, in giornate bianche come la neve, mentre io continuo a ritrovarmi in tutta la buiezza che possa esistere, la mia condizione latente. In india mi dispiace aver deviato la strada quella sera della festa a Rishikes, approfittando della tua accondiscendenza, come fosse un denominatore della tua personalità. Ma come vedi so essere egoista e sincera allo stesso tempo. Amico sono in un momento in cui non mi curo di niente e troppo spesso ho gli occhi velati di lacrime, una sofferenza che tarda ad andare via. È un sottile dispiacere che mi trafigge lo stomaco e il cuore, soprattutto il cuore, sento quanto si stia rimpicciolendo. Tra poco lo vedrò scomparire. Sto sperimentando l’abbandono, la lontananza, la finzione nel cercare il piacere di uscire e di parlare con le persone, la voglia di sfidarmi per non lasciarmi andare, cadere immobile su un letto dal quale non mi alzerei mai. Ogni giorno combatto una sfida con me stessa, quella di vedere il positivo e di sorridere, quella di amare ciò che mi circonda, quella di sentire i profumi della campagna e dei cibi. Invece mi affogo di sit-com. Proiettata nei personaggi dimentico me stessa, con l’aiuto di mille sigarette che mi uccidono i denti e vini già ubriachi che mi inacidiscono la bocca. Comincio ad avere dei vuoti di memoria breve, non fumo le canne. Non ricordo chi sono, non ricordo come sono arrivata fin qui. So che sono orfana di padre e insicura di madre, so che le mie relazioni sono affondate o andate alla deriva, so che sono insicura ma buona, so che sono furba e capace di provare sensi di colpa immotivati. So che soffro, da sempre, da prima di nascere. So i motivi di tutto questo ma non ho le chiavi per risolvere. Le cerco con lo yoga, con lo sport di squadra, con il teatro, con i colleghi, con l’ipnosi, con i libri e le letture e i video di meditazione. La mia ricerca perenne nel trovare amiche che non mi tradiscano o mi voltino le spalle. Mi è successa tanta roba. Ho scritto milioni di parole a me stessa, a persone, a interlocutori occasionari. Le parole mi amano. Scrivere mi svuota e mi riempie, come il movimento delle onde a riva. Vorrei fare qualcosa di felice ma non riesco, ora riesco solo a pensare che devo guarire da questa malattia. Sono stanca, passo continuamente attraverso dei no, dei voti di sfiducia o di ostacoli troppo alti da saltare. Non sono in gara, non mi sento in gara con il mondo, io voglio fare pace con il mondo. Non riesco a sorridere, ho la casa piena di polvere e i piatti nel lavello devono essere lavati. Non farò niente anche stasera. Mangerò la mia stessa polvere nei piatti del lavello. Non ha un lieto fine questa lettera Amico.

(20marzo2012)

About these ads